L’intensità energetica misura quanta energia serve a un’economia per produrre una unità di ricchezza. È un indicatore di efficienza, ma dipende anche dalla struttura produttiva e dal clima: le economie con molta industria pesante o con inverni rigidi consumano di più.
Nel 2024 l’Italia ha consumato 61,8 chilogrammi di petrolio equivalente ogni mille euro di PIL (a parità di potere d’acquisto), contro 74,0 della media europea. È una delle economie meno energivore dell’Unione: 5ª su 27, dopo Irlanda (30,9 kg), Romania (52,3 kg), Lussemburgo (55,2 kg), Danimarca (57,2 kg).
Un vantaggio che si riduce
Nel tempo l’intensità energetica è diminuita ovunque. Misurata sul PIL a prezzi costanti, in Italia è scesa da 92,1 nel 2014 a 77,6 nel 2024 (−16%); nella media europea da 122,1 a 94,2 (−23%).
La media europea si è quindi avvicinata al livello italiano. La Germania, che nel 2014 aveva un’intensità superiore a quella italiana (105,0), nel 2024 è scesa a 76,2, poco sotto l’Italia su questa misura. I cali più forti si sono registrati nel 2022 e nel 2023, gli anni dei prezzi record del gas.
Energia e competitività
Per le imprese italiane un’economia poco energivora è anche una necessità: i prezzi dell’energia in Italia sono tra i più alti d’Europa. Per questo l’efficienza energetica entra sempre più nella pianificazione finanziaria: diagnosi energetiche, investimenti in autoproduzione ed efficienza, contratti di fornitura e coperture sui prezzi sono decisioni con effetti diretti sui margini.
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