Le dichiarazioni di fallimento e le iscrizioni di nuove imprese sono due indicatori tempestivi dello stato del sistema produttivo. Eurostat li pubblica ogni trimestre sotto forma di indici, con base 2021 = 100: non misurano quindi il numero di fallimenti, ma come cambia nel tempo rispetto a quell’anno.
Nel 2025, in media d’anno, l’indice italiano dei fallimenti è stato pari a 109,1: circa il 9% in più rispetto al 2021. Nell’Unione europea l’indice ha raggiunto 186,2, con una crescita molto più forte.
Dopo il minimo della pandemia
Il confronto va letto alla luce degli anni della pandemia. Nel 2020 e nel 2021 le moratorie sui debiti, le garanzie pubbliche e, in alcuni Paesi, la sospensione delle procedure hanno ridotto in modo artificiale i fallimenti. In Italia l’indice era a 124,0 nel 2019 ed è sceso a 84,6 nel 2020.
Da allora la risalita è stata graduale: 79,8 nel 2022, 85,4 nel 2023, 101,7 nel 2024 e 109,1 nel 2025, ancora sotto i livelli del 2019. Nella media europea i fallimenti sono invece cresciuti molto più rapidamente e nel 2025 superano ampiamente i livelli pre-pandemia.
I settori
In Italia gli aumenti più marcati rispetto al 2021 si registrano nelle costruzioni (128) e nell’informazione e comunicazione (122), mentre nel commercio l’indice è sotto la base (94). In Europa gli indici settoriali sono tutti molto più alti, con il massimo nell’alloggio e ristorazione (278).
Le iscrizioni di nuove imprese in Italia sono rimaste vicine ai livelli del 2021 (indice 99,5 nel 2025), mentre nella media europea sono cresciute (108,8).
Prevenire la crisi
Il Codice della crisi d’impresa chiede agli amministratori di dotarsi di assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati a rilevare per tempo i segnali di crisi. Budget di tesoreria, indicatori di sostenibilità del debito e monitoraggio dei flussi di cassa sono gli strumenti con cui la governance finanziaria rende concreto questo obbligo.
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