Due indicatori dei conti nazionali descrivono lo stato di salute delle imprese nel loro complesso. Il tasso di investimento misura quanta parte del valore aggiunto le società non finanziarie reinvestono in impianti, macchinari, costruzioni, software e ricerca. La quota di profitto misura quanta parte del valore aggiunto resta all’impresa dopo aver pagato il lavoro e le imposte sulla produzione.
Nel 2025, in media nei quattro trimestri, il tasso di investimento delle società non finanziarie italiane è stato del 24,9%, contro il 22,6% della media europea. La quota di profitto è stata del 43,3%, contro il 40,1%.
Dieci anni di rincorsa
Nel 2015 le imprese italiane investivano il 21,3% del valore aggiunto, circa un punto e mezzo meno della media europea (22,8%). Il divario si è chiuso negli anni successivi e nel 2024 il tasso italiano ha raggiunto il 24,3%, sopra la media UE (22,6%) e sopra Germania e Francia.
Nello stesso periodo sono stati in vigore gli incentivi agli investimenti in beni strumentali e digitali e, per le costruzioni, i bonus edilizi. Nel corso del 2025 il tasso italiano è sceso leggermente, trimestre dopo trimestre, restando comunque sopra la media europea.
Profitti alti, da usare bene
Anche la quota di profitto delle imprese italiane è superiore alla media: nel quarto trimestre del 2025 era del 43,3%, contro il 40,2% dell’Unione, mentre Germania e Francia erano rispettivamente al 36,8% e al 32,6%.
Nel lungo periodo la quota italiana è salita dal 42,5% del 2015 al massimo del 46,7% nel 2023. Una quota di profitto elevata offre margini per autofinanziare gli investimenti: la scelta di come usarli, tra investimenti, riduzione del debito e distribuzione, è una delle decisioni centrali della governance finanziaria.
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