Le imposte ambientali sono quelle che colpiscono un bene o un’attività con un impatto negativo sull’ambiente: i prodotti energetici, i veicoli, le emissioni, i rifiuti, l’uso delle risorse. Per le imprese sono un costo diretto e, insieme, un segnale di prezzo che orienta le scelte di investimento sull’energia e sui trasporti.
Nel 2024 in Italia il gettito è stato di 60,4 miliardi di euro, pari al 2,75% del PIL, contro il 2,08% della media europea. L’Italia è 7ª su 27 Paesi; i valori più alti si registrano in Grecia (3,76%), Croazia (3,36%), Polonia (2,99%).
Un peso che scende
Il rapporto con il PIL si è ridotto nel tempo: in Italia era del 3,80% nel 2014, ed è sceso fino al 2,27% nel 2022, anno in cui le accise sui carburanti sono state temporaneamente ridotte per contenere i prezzi dell’energia. Nel 2024 è risalito al 2,75%.
Sul totale delle entrate fiscali e contributive le imposte ambientali valgono in Italia il 6,44%, contro il 5,15% della media europea.
Chi paga
La composizione italiana è concentrata sull’energia: le imposte sui prodotti energetici valgono il 79,4% del totale, quelle sui trasporti il 19,6% e quelle su inquinamento e risorse appena l’1,0% (UE: 3,9%).
Secondo i conti per attività economica, disponibili fino al 2023, in Italia le famiglie hanno pagato il 53,1% delle imposte ambientali e le attività produttive il 45,2% (UE: 50,8%). Tra le imprese i contributi maggiori vengono dalla manifattura, dai servizi, dai trasporti e dal commercio.
Un indicatore da seguire
Per un’impresa energivora o con una flotta di veicoli, le imposte ambientali sono una voce da inserire nella pianificazione economico-finanziaria, come il prezzo dell’energia. Con l’avvio del nuovo sistema europeo di scambio delle emissioni per edifici e trasporti, previsto per i prossimi anni, questa componente è destinata a pesare di più nelle scelte di investimento.
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